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Il Gobbo di Rialto

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Luogo decisamente sconosciuto alle folle turistiche, l’Archivio di Stato di Venezia è come un enorme forziere che custodisce preziosità tali da far perdere ben più di una vita terrena al più appassionato amante di venezianità. Del resto, dentro alle sue stanze e delle quali non è detto che un giorno non se ne parli dettagliatamente, è custodita la storia di una Repubblica che fu uno Stato indipendente per un tempo secolare mai eguagliato da nessun’altra nazione. Ma tornando allo scrigno archivistico, la busta 920 degli Inquisitori di Stato contiene quattro pacchi intitolati rispettivamente satire e poesie varie, cartelli affissi per la città, bollettini rinvenuti nei bossoli del Maggior Consiglio e poesie a stampa. Una raccolta documentale che porta subito alla mente quel che scrivevano gli intellettuali del tempo, ma anche chi analfabeta non era, dando così il via alla circolazione di idee, pensieri o convinzioni politiche. Fogli vergati a mano che ben presto diventarono il sapere e l’informazione del popolo ma anche materiale buono per i censori posti a guardia dell’integrità dello stato. Che appunto raccoglieva e conservava scritti o invettive, satire o malvagità per valutarne la pericolosità o meno. Fra i molti luoghi scelti dagli artefici dagli antesignani autori degli attuali post su Facebook o su Twitter, una bacheca privilegiata fu sicuramente il Gobbo di Rialto. Una singolare scultura, posta nel campo antistante l’antica chiesa di San Giacomo di Rialto, vicino ad una delle colonne del Sottoportego della Sicurtà, che inizialmente indicava la fine del percorso punitivo a cui erano costretti i ladri. Malfattori che venivano portati in catene e frustati durante la strada da San Marco a Rialto come monito per tutto il popolo che non di rado diventava pure dileggiatore dei malcapitati furfanti. I quali, giunti a Rialto, felici di aver scontato la pena e il pubblico ludibrio, abbracciavano e baciavano il “Gobbo di Rialto” che più tardi, quando con i secoli andarono scemando pure le pene di natura medievale, oltre che essere adoperata come loggia da cui scandire editti e bandi, divenne l’omologo della statua di Pasquino nella città dei dei Papi. Fu così che il Gobbo di Rialto, al pari del cugino di Roma vestì il ruolo di silenzioso portavoce degli umori popolari e popolani tanto da essere recintato per evitarne l’uso a beneficio di irriverenti e rivoluzionari che in ogni caso non si lasciarono intimorire e continuarono a diffondere quello spirito liberale che, dopo Napoleone, scatenò la corsa alla libertà e all’autodeterminazione dei popoli. Un percorso non rapido ne indolore per la Repubblica di Venezia costretta, dopo gli insulti firmati da Napoleone ad esalare miseramente il suo respiro di Serenissima. Finendo dalle mani francesi a quelle asburgiche, mussoliniane e infine, a quelle del turista h24. Troppo distratto e frettoloso per curarsi di tutta la storia che anche una semplice “piera” veziana sa rivelare a quanti riescono a sentire l’alito della sua anima.

di Mario Stramazzo

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