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Scopriamo Venezia

Se la conosci, la triaca non si prende mai d’estate.

Il suo nome è triaca  o teriaca e fosse anche una terminologia da usarsi al passato, visto che ormai nessuno più lo prepara, è un farmaco di origini assai antiche che, come antidoto contro ogni veleno, ebbe prestigiosa notorietà dall’antichità fino a tempi relativamente recenti tanto da essere preparato fino alla metà del 19° sec. in alcune regioni d’Europa. Una panacea contro tutto e tutti, la cui preparazione fu addirittura al centro di solenni cerimonie ufficiali come accadde, in pieno Rinascimento, oltre che a Bologna e Firenze anche e sopprattutto a Venezia. Città che conserva intatta la memoria dell triaca ancora oggi, purchè la si voglia far riaffiorare con un po’ di falcate di una passeggiata che dalla stazione di Santa Lucia o da Piazzale Roma porti verso Campo Santo Stefano e il Calle dello Spezier, a pochi metri dalla sede di una vecchia farmacia. E’ qui in quest’angolo pressochè sconosciuto di una Venezia che non smette mai di incantare, che tre dei “masegni” posti accanto agli altri, a lastricare calli, campielli e campi della Serenissima città, rivelano quanta forza avesse la triaca. Sono semplici pietre che al loro centro però, vedono iscritto un cerchio che serviva a far da base d’appoggio per i mortai degli spezieri. Che in quei punti, appoggiavano i pesanti contenitori colmi dei 64 ingredienti previsti per la teriaca, trovando nei bordi in rilievo dei mattoni, il fermo ideale i loro mortai e per poter così agire con gran foga sui pestelli. Il tutto alla presenza di un gran pubblico ma soprattutto, come recitano antichi testi, dei “Ministri di Giustizia e de’ Signori Dottori del Collegio de Periti dell’arte della Spezieria e l’ausilio di molti nobili apparati”. Che vigilavano sulla correttezza delle fasi della preparazione della salvifica pozione che prendeva forma nei mortai e proprio sotto gli occhi degli astanti, ivi convenuti, per quella che sembrava essere più un festoso tripudio alla farmacopea di quei secoli che una operazione galenica atta a rimpinguare di triaca gli albarelli delle farmacie. Che in verità rimanevano vuoti assai di frequente per la troppa richiesta di questo rimedio, usato per ogni affezione. Ancora più prezioso e insostituibile se preparato proprio dagli spezieri della Serenissima che, a quanto si diceva, realizzavano la triaca migliore del mondo allora conosciuto.
Fatta di ingredienti che talora potrebbero far sorridere il moderno farmacologo ma che in quei secoli erano di sicuro impatto su malati e pazienti ipocondriaci o immaginari.

Come ad esempio l’elemento base che altro non era se non la carne e il sangue di vipera, che doveva venire esclusivamente dai Colli Euganei e doveva essere catturata in un preciso periodo dell’anno e non doveva essere di sesso maschile o gravida. A tale mirabolante ingrediente venivano poi aggiunte altre decine e decine di sostanze, minerali, erbe e altro ancora per un totale che era pari a a 74 distinti elementi. Altro componente fondamentale era l’Oppio, che doveva provenire rigorosamente da Tebe, in quanto di qualità superiore rispetto a quello Turco. Eppoi ancora l’asfalto, il benzoino, la mirra , la cannella, il croco, il solfato di ferro, la radice di genziana, il mastice, la gomma arabica, il fungo del larice, l’incenso, la scilla, il castoro, il rabarbaro, la calcite, la trementina, il carpobalsamo, il malabatro, la terra di Lemno, l’opobalsamo, la valeriana ecc. ecc.
La preparazione, per raggiungere il massimo dell’efficacia, doveva “maturare” per almeno sei anni, ed era considerata valida fino al 36 anno.
La teriaca era rimedio per un’infinità di malattie: dalle coliche addominali alle febbri maligne, dall’ emicrania all’ insonnia, dall’ angina ai morsi delle vipere e dei cani, dall’ ipoacusia alla tosse. Veniva utilizzata per frenare la pazzia e per risvegliare gli appetiti sessuali, per ridare vigore ad un corpo indebolito, nonché per preservare dalla lebbra e dalla peste.
Somministrazione e dosaggio variavano a seconda della malattia, dell’età e del grado di debilitazione del paziente. Si assumeva stemperata nel vino, nel miele, nell’ acqua o avvolta in foglia d’oro, in quantità variabile da una dramma (1,25 g circa) a mezza dramma, ma la conditio sine qua non affinché la teriaca fosse efficace era che doveva essere assunta dopo aver purgato il corpo, altrimenti il rimedio sarebbe stato peggiore del male. Per i trattamenti con la Teriaca il periodo più favorevole era l’inverno, seguito dall’ autunno e dalla primavera.
Da evitare, a meno di una situazione particolarmente grave, durante l’estate.

di Mario Stramazzo

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