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Cultura

Passioni da collezionare, ricordi, rimpianti e saggezze popolari

Lenci book

Bambole. Conoscerle e collezionarle i marchi e le valutazioni di Michela Giorgi e Henrietta Somalvico (IdeaLibri).

E’ un bel libro, indirizzato a chi ama le bambole di un tempo e vuole saperne di più.

Fotografate, sia vestite che senza abiti, bambole in biscuit, porcellana, cartapesta, stoffe e celluloide, dal periodo che va dal 1870 al 1950. E’ ricchissimo di informazione e curiosità riguardo ai produttori, ai materiali usati, al periodo storico ed a tutto ciò che riguarda il mondo della bambola.

Moltissimi sono i documenti, cartoline e fotografie dell’epoca. Un libro, completato da esaurienti capitoli riguardanti il restauro e la conservazione, i marchi e le valutazioni di mercato.

Dalla presentazione:

Quando guardo una vecchia fotografia in bianco e nero che ritrae qualcuno, mi piace osservarne l’espressione del volto, ed immaginarne il carattere ed il pensiero, domandarmi della sua vita e se qualcuno ne ha ancora il ricordo: è insomma per me un tentativo di “salvare” quella storia.Così è nata la mia passione per le bambole, che avrebbero una loro storia da raccontare insieme a quelle delle bambine che le hanno possedute, e con loro hanno ragionato con le parole vive e vere dei bambini. (…) Nel mio caso è stato un amore dimenticato per anni, fin quando una sera d’estate vidi in un mercatino una bambola dal vestito rosso con gli occhi azzurri e vivi. Tante altre seguirono dopo di lei. (…) … E portare a casa una bambola di un tempo, sistemarla e pettinarle i capelli e creare continuità (Michela Giorgi).

La passione che spinge un collezionista a raccogliere bambole può nascere da svariate motivazioni: a volte ha radici nell’inconscio, come la ricerca di affetti perduti, o far rivivere dei ricordi lontani, nostalgici. (…) All’età di cinque anni finalmente ebbi la mia prima bambola “antica”. Mia madre mi portò in un negozio di giocattoli che stava svendendo, e tra le tante la mi attenzione fu attratta da due esemplari degli anni cinquanta, di quelle infrangibili, dal corpo rigido, con gli occhi che guardano a destra e sinistra e si chiudono se si mette la bambola sdraiata. Le avrei volute entrambe, con la loro acconciatura raccolta piena di forcine e la gonna larghissima a più strati…ma mia madre riteneva i miei gusti un po’ antiquati e poco pratici.Uscii però con il mio regalo, raggiante di gioia, sapevo che era un oggetto del passato, e che andava conservato con cura. (Henrietta Solmavico).

 

Alla fine ho deciso di vivere, di Jean-Louis Trintignant con André Asséo (Mondadori)

L’abbiamo conosciuto con il vento tra i capelli, su una Lancia Aurelia guidata da Vittorio Gassman, nel “Sorpasso”. Era bello, sorridente, felice e correva a tutta velocità verso il futuro. E invece la tragedia lo aspettava dietro l’angolo. In quel film e nella vita. Alcuni anni dopo, mentre Trintignant è sul set del “Conformista” di Bernardo Bertolucci, la scure del destino, impietosa, cala su di lui: la secondogenita Pauline muore in culla.Seguono anni duri, dolorosi, che però i grandi successi professionali in qualche modo addolciscono.

Ma proprio quando la vita sembra aver compiuto il suo ciclo, l’anziano Trintignant, ormai nonno di quattro nipoti, viene colpito ancora una volta da una freccia avvelenata: sua figlia Marie muore, ammazzata di botte da suo marito, il cantante dei Noir Désir Bertrand Cantat.

Un dolore così a settant’anni può essere fatale. Eppure Trintignant ancora una volta decide di vivere, di continuare a percorrere la sua strada che proprio quest’anno l’ha portato a vincere a 81 anni la palma d’oro a Cannes con il film “L’amour”. In “Alla fine ho deciso di vivere” Trintignant ci racconta la sua storia, ripercorre la sua vita, quella vita che tanto gli ha dato e che forse troppo gli ha tolto.

-Trintignant appare molto sincero in queste pagine, sia mentre guarda con modestia alle sue spalle una carriera strepitosa, sia quando racconta con dolore le tragedie che hanno segnato la sua vita privata (“la morte di Marie è stato il dolore più grande di tutta la mia vita. Non riuscivo a immaginare di stare nemmeno un giorno senza ascoltare la sua voce, senza vedere il suo sorriso”), sia mentre elenca le debolezze della sua esistenza (“ho assunto oppio in dosi ragionevoli, e ho provato ogni genere di droga per curiosità! Credo che la qualità fondamentale di un artista sia l’immaginazione, e la droga riesce a stimolarla. Ho fumato erba, hashish, e ho anche fatto uso di eroina”. “Sono un grande amante del vino. E… ne ho bevuto parecchio”).

-Sono interessanti anche le piccole cose, le ore che scorrono anche nella semplicit.

Quali sono i tuoi piccoli gesti quotidiani? Ho molta manualità. Guarda le mie mani: sono tutte rovinate. Adoro il legno, ho una vera passione, e ho un rapporto formidabile con questo materiale. Anche stamatina i sono alzato verso le sette e sono andato a toccarlo. Ne ho di tutte le qualità. Davanti a casa, credo di averne accumulati quasi venti quintali, che sposto, metto in ordine. E’ un’attività quasi sensuale. Io rappresento la vita di un ceppo fino al momento in cui lo brucio. Per il camino cerco i pezzi di legno che conosco, scelgo quelli più adatti. Tutto dipende dall’intensità del fuoco. Se è troppo violento, ci vuole un legno che lo smorzi un po’. Se invece la fiamma è debole, ne serve uno che le ridia vigore: un pezzo più vecchio, più piccolo (…). Un fuoco fatto con amore è veramente affascinante. Passo più tempo davanti al caminetto che davanti alla televisione.

 

Di Ilde ce n’è una sola di Andrea Vitali (Garzanti)

-In luglio a Bellano fa un caldo della malora. L’aria è densa di umidità e il cielo una cappa di afa. Eppure l’acqua che scorre rombando tra le rocce dell’ Orrido è capace di tagliare in due il respiro, perché è fredda gelata, certo, ma anche perché nelle viscere della roccia il fiume cattura da sempre i segreti, le passioni, gli imbrogli, le bugie e le verità che poi vorrebbe correre a disperdere nel lago, sempre che qualcuno non ne trovi prima gli indizi. Come una carta d’identità finita nell’acqua chissà come e chissà perché.

Brutta faccenda. Questione da sbrigare negli uffici del comune o c’è sotto qualcosa che compete invece ai carabinieri? A sbrogliare la matassa ci pensa Oscar, operaio generico, capace di fare tutto ma niente di preciso, che da sei mesi è in cassa integrazione e snocciola le giornate sul divano con addosso le scarpe da lavoro. In quel luglio del 1970, offuscato dal caldo e dalle ombre tetre della crisi economica, armato della sua curiosità ottusa Oscar fa luce sui movimenti un po’ sospetti di Ilde, la giovane moglie dal caratterino per niente facile, che forse sta solo cercando il modo di tirare la fine del mese come può. Vitali torna ai fatidici anni Settanta, alle ristrettezze che seguono il boom economico, alle fatiche di far quadrare il bilancio di casa, all’irridente spavalderia di chi ce l’ha fatta e crede di aver domato il mondo e l’avvenire. E ci regala un’altra pagina del suo interminabile romanzo lacustre specchio di vite semplici e reali.

– È un racconto come sempre tenero e autentico quest’ultima fatica di Andrea Vitali.

Un nuovo episodio della sua commedia umana, ambientato sulle sponde del lago di Como, nel paese dove lo scrittore e medico vive e lavora da sempre.I suoi personaggi sono i tipici cittadini della provincia, intenti a crogiolarsi nelle loro piccole noie quotidiane. Un po’ pettegoli, invidiosi, curiosi, ma anche terribilmente ingenui. Andrea Vitali in questi anni ci ha rivelato le loro identità inseguendoli nei tortuosi percorsi delle loro esistenze apparentemente insignificanti, un po’ come fa il giovane Raffaele all’inizio di questo racconto, quando crede di inseguire una farfalla mentre sta scoprendo un segreto.Anche lo scrittore con la sua lunga produzione ha tirato fuori i pregi e i difetti di una comunità che in fondo non ha nulla di cui giustificarsi.

La sua Ilde sono i suoi concittadini: fanno parlare di sé senza neanche saperlo, tirano avanti in qualche modo fino alla fine del mese, sbagliando, brontolando, mentendo, odiandosi a vicenda. Ancora una volta possiamo dire che le storie più vicine ai nostri tempi, questa è ambientata negli anni Settanta, rispetto alle storie ambientate negli anni Trenta o quelle del dopoguerra, sono quelle che maggiormente fanno riflettere.

Questo breve romanzo in fondo è una parabola, contiene saggezza popolare e anche un monito finale, che forse l’autore rivolge proprio a se stesso.

 

Una forma di amore di Alfred Hayes (Rizzoli)

– Manhattan, 1940. Hall semideserta di un grande albergo.Al bancone del bar, un uomo parla con una giovane sconosciuta appena incontrata. La storia che vuole raccontarle è quella della sua ultima relazione sentimentale, se di sentimenti si può davvero parlare. Una storia di desiderio mal diretto, emozioni mal comprese, intenzioni mal espresse; una storia i cui protagonisti sono, a turno, imprevedibili o capricciosi o inafferrabili.

Il loro amore inizia in sordina e dura un anno, senza grandi scosse: un ménage monotono e a volte frustrato. Finché l’intervento di un ricco intruso con la sua proposta indecente – mille dollari per una notte di passione – fa saltare una volta per tutte gli equilibri, fragili, della coppia.

Asciutto, ricercato, quasi cinematografico per la sua prosa secca e registica, il romanzo di Hayes affronta il tema dell’amore e delle sue catastrofi con rara finezza psicologica e lascia dietro di sé un’impressione visiva di grande impatto e suggestione.-

 

Margherita Ruglioni

Suggestioni letterarie e non solo… ” Un titolo per il dopocena? Una poesia che ti graffia l’anima? Una lettura leggera, un saggio, un fumetto. Le frasi di un altro, che ti appartengono come fossero state dettate dal tuo pensiero. Leggere è viaggiare, è incontrare, è non essere mai solo. Leggere è vita. Nella rubrica ti darò solo qualche suggerimento… sta a te poi scegliere e scoprire gli intrecci.

Chi sono?

Tosco-Veneta, lavoro nella casa dei libri. Abito in una casa stropicciata, tra carte, parole e colori.
Creativa e spontanea, organizzo eventi culturali in biblioteca a Mestre, sono anche pubblicista e mi occupo di comunicazione. Leggo, scrivo, viaggio, amo. Adoro il buon cibo, il mare, la luce.
Quando posso sorrido. Penso, sì, penso molto.

margherita.ruglioni@gmail.com

 

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