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CARNEVALE DI VENEZIA Storia delle Maschere di Carnevale

La Storia delle Maschere di Venezia

🎭 Si dice che la più antica maschera di Carnevale sia Arlecchino.
Nato in terra bergamasca, diventa presto veneziano d’adozione e, grazie a Carlo Goldoni, si trasforma da servo sciocco a personaggio astuto, furbo, irriverente. Con Arlecchino servitore di due padroni prende forma una figura ambigua, maliziosa, quasi diabolica: perfetta incarnazione dello spirito del Carnevale.

Perché la maschera non è mai stata solo un ornamento.
Il termine stesso, dall’arabo mascharà (scherno, satira), racconta il suo vero senso: rovesciare le regole, prendersi gioco del potere, diventare altro da sé. Fin dall’antichità le maschere avevano volti grotteschi o mostruosi, usate nei riti per allontanare gli spiriti maligni. Con il Carnevale diventano qualcosa di ancora più potente: uno strumento di libertà.

🎭 A Venezia la maschera è identità… proprio perché la cancella.
“Buongiorno siora maschera” era il saluto che risuonava tra calli e canali. Dietro una maschera non esistevano più sesso, classe sociale, ruolo. Tutti entravano nella Grande Illusione, in una città unica al mondo dove davvero tutto poteva accadere.
Travestirsi significava giocare con i confini: uomini da donne, donne da uomini, nobili da popolani. La maschera diventava simbolo di trasgressione, ironia, libertà assoluta.

📜 La Serenissima lo sapeva bene.
Già nel 1268 compaiono le prime leggi per limitare l’uso “improprio” delle maschere. I famigerati mattaccini venivano proibiti dal lanciare uova profumate contro le dame in passeggiata. Segno evidente che il Carnevale era tutt’altro che innocuo.

Nasce così anche una vera economia della maschera: i maschereri, attivi già nel Quattrocento, con botteghe, statuti e una produzione sempre più intensa. Nel Settecento le maschere circolano ovunque, ufficiali e clandestine, fino a diffondersi in tutta Europa. Cartapesta, gemme, stoffe, nastri: ogni volto raccontava una storia diversa.

🎭 La Bauta: anonimato totale.
Uomini e donne la indossavano per andare a teatro, partecipare a feste, muoversi liberamente. La maschera bianca, detta larva, permetteva perfino di mangiare e bere senza mai scoprirsi. Il Tabarro nero completava il travestimento: elegante, misterioso, perfetto per sparire nella folla.

🖤 La Moretta: silenzio e seduzione.
Ovale, in velluto nero, indossata dalle donne. All’inizio si teneva in bocca grazie a un perno, rendendo chi la portava… muta. Ed è facile immaginare perché fosse così apprezzata.

⚖️ Ma ogni libertà ha un prezzo.
Durante il Carnevale la trasgressione dilagava: giochi proibiti, relazioni segrete, fughe amorose. La Serenissima reagì con una valanga di leggi, multe salatissime, carcere, galere. Le donne colte in maschera fuori dalle regole venivano frustate pubblicamente e bandite dalla città.
Eppure, paradossalmente, nel 1776 una nuova legge obbligava le donne ad andare a teatro… solo se mascherate.

🎭 Poi arriva la caduta della Repubblica.
Gli austriaci limitano l’uso delle maschere, il Carnevale si spegne lentamente. Venezia perde la sua anima più ribelle. Solo molto più tardi tornerà a indossare i suoi volti simbolo.

✨ Oggi Venezia è di nuovo il Carnevale.
Eleganza, gioco, ironia, colore. Le maschere tornano a riempire calli e campielli. Perché Venezia non celebra il Carnevale: lo incarna.

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Foto di Marco Rizzo

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