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Cosa c’entra Salvador Dalì con la cucina veneziana tra Medioevo e Rinascimento?

Esagerato! Ovvero: cosa c’entra Salvador Dalì con la cucina veneziana tra Medioevo e Rinascimento?

Una breve storia semiseria di Pierangelo Federici (*)

Esiste un curioso e assai divertente ricettario firmato da Salvador Dalì: “Lesdîners de Gala”. Si tratta della raccolta di oltre cento ricette stravaganti e sontuose, accompagnate da altrettanti disegni e fotografie in puro stile surrealista. Con qualche capacità tecnica, questi piatti potrebbero essere riprodotti a casa da ognuno di noi, non fosse per la difficoltà di reperire alcuni ingredienti davvero particolari.

Dicono che il Maestro, assieme alla moglie Gala Éluard, si fosse ispirato, per poi rielaborarle con estro, alle ricette di alcuni leggendari ristoranti parigini. Personalmente mi sento di dire che il processo creativo che conduce a quegli espedienti culinari mi richiama fortemente le invenzioni delle cucine nobili del XV e XVI secolo, in particolare a Venezia.

Le favolose ricchezze accumulate avevano trasformato la nostra città: qui si viveva, tra il finire del Medioevo e l’inizio del Rinascimento, con un tenore di vita assai più alto di qualsiasi altra città d’Europa. Già nel Quattrocento, gli sprechi in cucina da parte dei ricchi veneziani, avevano attirato la sempre vigile attenzione del legislatore della Serenissima. Così, nel 1473, nientemeno che il Maggior Consiglio arrivò a proibire il consumo dei pavoni, fagiani, galli d’india, francolini, ma anche delle trote e di tutti i pesci d’acqua dolce. Per il dessert erano consentite soltanto le gelatine e le ‘fritole’.

Insomma, lo scopo era quello di imporre comportamenti morigerati per evitare l’eccessivo lusso, da un lato non si voleva compromettere i patrimoni delle nobili famiglie e dall’altro per allontanare il rischio che il popolo contraesse debitiper emularelo stile di vita dei ricchi.

La “desfation de le famegie!”.È questa la definizione usata dal poeta e commediografo Andrea Calmo (Venezia, 1510/11 – 1571) per avvisare su quello che gli eccessi del lusso potessero provocare.

È documentato che queste limitazioni durarono per tutto il Cinquecento, così come si sa che gli addetti al controllo (la Magistratura dei Provveditori alle Pompe, dal 1514 responsabili della sorveglianza sull’applicazione delle leggi suntuarie) arrivarono perfino a coinvolgere il personale domestico delle nobili famiglie veneziane perché denunciassero gli abusi dei loro padroni.
Le indagini della Magistratura, che organizzava incursioni a sorpresa nei palazzi, finivano spesso tra le proteste con il lancio di ogni avanzo di cibo addosso agli agenti dei Provveditori…
Insomma, nella Venezia di quell’epoca ogni scusa era buona per imbandire banchetti e suggellare importanti occasioni, momenti che, attraverso la raffinata condivisione del cibo e un ben orchestrato cerimoniale, esprimevano la volontà di esibire il prestigio e il potere delle famiglie aristocratiche e della ricca borghesia. Un incredibile numero di piatti poteva essere servito di continuo anche per più giorni e di frequente i banchetti erano a tema, con sistemi elaboratissimi e spettacolari di presentare le diverse portate. Ecco allora decorazioni floreali dei piatti, trionfi di frutta esotica, vere e proprie sculture create col cibo, statue di burro e zucchero, uccellagione arrosto a cui venivano rimontate scenograficamente le penne e le piume. E poi le spezie, che furono la base della ricchezza di Venezia e provenendo da terre avvolte nel mito, rappresentavano qualcosa di unico e diverso (species in latino significa speciale, ricco, di valore).

Se queste esagerazioni erano la normale quotidianità, figuriamoci cosa accadeva durante il Carnevale, una festa che a quei tempi durava sei settimane, dal 26 dicembre al mercoledì delle Ceneri.

Semel in anno licet insanire dice l’antico proverbio latino che significa: una volta all’anno è lecito far pazzie. Orazio lo espresse nella forma Dulce est desipere in loco, è cosa dolce ammattire a tempo opportuno. Il concetto fu ripreso anche da autori come Seneca e Sant’Agostino, così divenne proverbiale nel Medioevo.

Questa locuzione è legata al rito collettivo che ricorre in molte culture occidentali: è un periodo di ogni anno in cui tutti sono autorizzati a non rispettare le regole.

Un rito liberatorio surreale, come un dipinto o una ricetta di Salvador Dalì, ci permette di prepararci in modo gioioso all’adempimento dei normali doveri sociali: questa folle tradizione si chiama Carnevale!

(*) Pierangelo Federici

Veneziano, di mestiere fa il pubblicitario copywriter, per passione il gourmet. Ha creato campagne pubblicitarie per importanti marchi dell’enogastronomia italiana, lanciato catene di ristoranti e grandi alberghi in Italia e all’estero, scrive per giornali, riviste e blog, collabora con magazine di compagnie aeree internazionali. È autore della strategia di comunicazione e dello storytelling per la partecipazione della Regione Veneto ad EXPO 2015. È l’autore della pagina Facebook@veneziani.a.tavolae regista della web serie YouTube “Menarosto”, con Sir Oliver Skardy.

Nel 2021 è uscito il suo libro “Venezia, una storia commestibile” per la casa editrice Lunargento, acquistabile qui: http://lunargento.it/

Immagini allegate:

1 – 2 “Lesdîners de Gala” di Salvador Dalì, edizioni TASCHEN.

3 – Paolo Veronese “Nozze di Cana”, 1563 – dettaglio. Muséedu Louvre, Parigi

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