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Single.2 Il bacio dello sfigato

Angelo

di Giorgio Girace

(seconda parte)

Rimasi immobile al buio. Con la destra stringevo ancora il poggiatesta della poltroncina dov’era seduta la mia improbabile dama.

Stringevo anche delle convinzioni, ma volarono via. Le mie convinzioni erano inconsistenti farfalle. Poi mi raddrizzai e mi guardai intorno. Nell’oscurità c’erano tanti culi appoggiati sul morbido e tanti occhi paralleli che guardavano lo schermo sul quale era proiettato il film. Esso parlava di un detective che era giunto ad un punto morto, non riusciva mai ad avere le prove per inchiodare l’assassino. 

Sorrisi nelle quattro direzioni come a scusarmi per le mie titubanze. Ma esse erano importanti. Mia madre diceva sempre di non aver fretta, ma fermo là in piedi costituiva una titubanza fastidiosa per la visuale dei culi morbidi. Mi parve, a rifletterci bene, che il detective mi ammonì intimandomi con lo sguardo di togliermi di torno. Era un duro, ma sfortunato. Non arrivava al dunque. Anche lui brancolava nel buio. Avrebbe dovuto sbrigarsi, muovere le chiappe e cercare di concludere. Però adesso toccava a me brancolare. Rifeci il tragitto sbattendo su piedi e ginocchia altrui e tornai a sedermi poggiando a mia volta il mio culo sul morbido. Tirai fuori dalla tasca della giacca la tortina che mia madre aveva accuratamente avvolto in un tovagliolo di carta a sua volta coperto da un foglio di stagnola.

Era dura e mi misi distrattamente a rosicchiarla. Ormai il ghiaccio era rotto, la tizia, quella della quale vi sto raccontando, si sarebbe concessa al dialogo, alla conoscenza. D’altronde mi ero vestito bene, non mancava nulla: scarpe lucidate, jeans consunti come voleva la moda, camicia verde chiaro e giacca nera. Attesi pazientemente che passasse il tempo. Il film non era male anche se non era il mio genere. A me piaceva la fantascienza, ma il pubblico di questo genere è monotonamente maschile.

Mia madre suggeriva i film d’amore, ma a me non andavano a genio, e questo film di spionaggio qualcosa aveva raccattato: una ragazza bruttina forse un po’ sfigata che si sarebbe degnata di farsi conoscere.

Intanto il detective si dannava nel suo intento, aveva trovato un mozzicone di sigaretta nel luogo del delitto, ma il mozzicone era della vittima. Poi trovò una spilla, poi un fazzoletto, poi il cappuccio di una penna a sfera ed infine un capello un po’ grosso. Fece analizzare tutto e quando alla fine euforico chiese la provenienza del capello, gli spiegarono pazientemente che si trattava di un pelo del manto del cane della vittima. Gettò tutto nel cestino imprecando contro la sfortuna. Era un duro e imprecava da duro. Alla fine fu rimosso dall’incarico per incompetenza e colui che gli subentrò sembrava fosse una persona riservata. Un bell’uomo, che grazie alle sue maniere eleganti, si ingraziò i favori della domestica della vittima la quale, inconsapevolmente, diede gli elementi necessari per scoprire l’assassino.

Insomma il colpevole era un cugino da parte del padre che invidioso dell’imminente eredità che stava per ricevere la vittima, pensò bene di eliminarla per beneficiare egli stesso del consistente patrimonio.

Il film finì lasciandomi un po’ deluso. Il detective, quello con l’aria da duro, aveva perso la faccia e un po’ mi dispiacque. Si accesero le luci e pensai di imitare le maniere eleganti del secondo detective; lui era un vincente. La mia dama si alzò in tutta fretta, si ricompose e arpionò la borsetta come fosse una clava. Ne ebbi un po’ timore ma ormai ero lanciato. Mi riavvicinai velocemente facendomi largo tra un paio di persone che ostacolavano la mia marcia. Quando le fui a ridosso cercai di non balbettare, diedi un gran respiro e mossi la bocca.

«Scusi signorina, potrei…cioè sarebbe disponibile…»            

«Prego?»

«Ecco, mi chiedevo se…»

Mi bloccai, le mani ghiacciarono e il respiro divenne ingestibile. Mi venne perfino un formicolio alle gambe e le mie orecchie ingigantirono, le sentivo flettere. Era proprio vero, anche i miei compagni di scuola, da piccolo, mi dileggiavano.

«Insomma, cosa vuole?»

«Mii era parso avesse…perso qualcosa, forse un foulard».

Che stronzata, ero proprio un idiota. Mi venne voglia di scappare e infilarmi in una miniera di carbone. La tizia mi guardò negli occhi, poi fece una veloce esplorazione al mio abbigliamento e tentennando con la testa emise un suono un po’ sgradevole.

«Lei è un pappagallo forse?»

«Sì cioè no. Non so».

«Insomma si decida. Sì o no?»

«No, posso essere un canarino?»

«Beh, canarino va’ un po’ meglio. Mi volevi rimorchiare?» La tizia aveva capelli di plastica, sorriso stereotipato e occhi morti.

«Chi io? Non mi permetterei mai».

«Ma insomma ti decidi a tirare fuori le palle?» Notai con fastidio che era passata dal “lei” al “tu”. Poteva abbattere tutte le barriere, questo è vero, e anzi avrebbe facilitato il mio approccio, ma la dignità? Dove la mettiamo? Valutai velocemente fosse merce inutile, almeno in quel frangente.

«Posso presentarmi? Sono Filippo. E lei…tu?»

«Che fai, mi dai del tu?» I suoi occhi ebbero un piccolo guizzo. Erano passati dal morto al moribondo, reputai fosse un buon inizio.

«Mi permette di darle del tu?»

«D’accordo, va bene, altrimenti facciamo notte. Dimmi, cosa vuoi? Ti va di accompagnarmi fino alla macchina?»

«Certamente, volentieri». Mia madre sarebbe stata d’accordo, le avrei raccontato che al cinema c’era una ragazza insomma “belloccia” che desiderava dialogare con me e discutere del contenuto del film. Sì, mi pareva una bella cosa questa.

«Ti è piaciuto il film?» Fece lei con voce vagamente stridula. A me il film veramente non era piaciuto più che altro per il finale. C’era di mezzo quel nuovo detective, quello introverso e galante che proprio mi stava sulle palle. Aveva risolto lui il caso mentre invece il primo, come già detto, aveva fallito. E il primo indossava oltretutto una camicia verde come la mia.

«Sì, stupendo». Risposi io consenziente, cioè sperando di mettermi in sintonia col suo giudizio.

«A me invece no. Il primo detective era un vero macho, sigaro in bocca, sguardo da duro e per di più sornione, parecchio sornione».

«Sì però i risultati…»

«Che vadano a farsi fottere i risultati. Quella stronza non meritava tutti quei soldi in eredità».

«Beh questo è vero, ma era legittima».

«Legittima un corno, si capiva benissimo che la meritasse quel suo cugino».«Forse è vero, e poteva farla franca se non fosse stato…»

«…per quel deficiente, il secondo detective, che  si è portato a letto la domestica e le ha fatto dire quel cumulo di bugie per risolvere il caso».

«Come ti chiami? Non mi hai detto il tuo nome»

.«Chi io? Già è vero. Io sono Veronica».

«Bel nome, mi piace». Peccato per l’aspetto. Ma ora che riuscivo a vederla a figura intera, ritenni potesse, nel complesso, appartenere alla categoria dei sei meno. Il corpo non era male, la faccia non era bene. Mischiando il tutto, cioè togliendo dal corpo e aggiungendo all’aspetto, si poteva ottenere appunto quella valutazione. Raggiungemmo la sua automobile e volle farmi accomodare. Io avevo la mia parcheggiata venti metri più in là e dovetti quindi rifiutare il passaggio che mi propose. Accese la radio e tenne il volume basso. Mi raccontò che era stata scaricata dal suo ragazzo e che frequentava i cinema per rimorchiare qualcosa.

«Tu non sei male, ma emani un tanfo che mi ricorda tanto il cibo per cani».

«Eh sì, lavoro in un biscottificio per cani».

«Ah ecco. Ma non è proprio stomachevole». Detto questo, si avvicinò repentivamente e con la velocità di un serpente infilò quella sua lingua bagnata di sputo nella mia bocca…

-Continua-

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