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Single.1 di Giorgio Girace

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Racconto sulla situazione di single di un ragazzo un po’ sfigato. Ce n’è tantii così?

Di faccia non ero male, forse le orecchie. Le orecchie erano un po’ grandi. Ma poi chi le notava nel buio della discoteca? Il mio naso preso a sé poteva essere anche carino. Forse un po’ grosso. Ma le donne amano i nasi un po’ grossi, l’aveva detto la fornaia amica di mia madre.

«Che ne dici Maria del naso di mio figlio?»
«E’ un bel naso, che non si preoccupi. Noi donne li amiamo un po’ grossi».
«Eh sai, Filippo ha già venticinque anni e non ha ancora mai avuto una ragazza, e dice che è stufo, non vuole più essere single».
«Ma è un bel ragazzo, e donne ce n’è in quantità. Deve cercarle nei posti giusti».
«Glie lo dico sempre: vai al cinema, esci con gli amici».

Questo tipo di discorsi li faceva anche col macellaio e col fruttivendolo e coi vicini di casa. Insomma erano tutti al corrente del mio stato civile, tutti che mi consigliavano come fare e tutti sembrava volessero approfondire l’argomento mettendoci del proprio. Dicevano che il mondo era pieno di femmine, bastava coglierle. E tutti erano dei gran “Dongiovanni”. C’era un tizio in particolare, che sosteneva di averne trombate più di mille. Eppure non sembrava granchè, anzi, così ad occhio e croce, mi reputavo un po’ meglio di lui. Mia madre dicevo, oltre che ad informare il vicinato della mia disponibilità, metteva una buona parola con tutte le ragazze del circondario in “odor di marito”. Voleva aiutarmi ma sortiva l’effetto contrario. E poi la cosa non mi andava a genio. Ok mi voleva bene, ma le ragazze dei dintorni mi evitavano, e forse proprio a causa sua. Eppure tutto sommato ero single, disponibile e avevo un buon impiego: confezionavo scatole per biscotti per cani. Un nastro trasportatore li riversava in una specie di setaccio che li filtrava dividendo i più grossi, quelli arancioni con più proteine, da quelli più piccoli, economici e di color marrone scuro. Io dovevo posizionare le scatole con etichette differenti in due altri nastri trasportatori, così da combinare le giuste sequenze. A me piaceva il mio lavoro, c’era di buono che al mio “Nerone” non mancavano mai i biscotti. E non tutti avevano questa fortuna.

Dicevo del mio naso: non era male. Le mie labbra erano medie, i denti abbastanza regolari. Mancava un canino, ma l’arcata si era ristretta e non si notava più di tanto. I miei occhi, a detta degli altri, erano grandi e dolci, forse un po’ tristi. Eh, colpa della mia travagliata infanzia, è stata dura, parecchio. E, dimenticavo, color marroni. I capelli scuri, ricci, tagliati corti, e di altezza facevo un metro e settantatré. Non magro, non grasso, il mio peso si aggirava sui settantaquattro chili. Potrei piacere così ad occhio, con questi requisiti? Beh, dicono tutti di sì. Fatto sta che ero single.

Mia madre non lo sapeva, ma frequentavo le discoteche. Lei avrebbe preferito che frequentassi i cinema, come già detto, ma lì ci vanno solo coppiette e amici in compagnia. E io comunque qualche volta ci andavo al cinema, e una sera, oltre alle solite coppiette, notai che sedeva isolata una bella moretta. Cioè non tanto bella, anzi bruttina. Valutai fosse alla mia portata. Una bruttina così chi se la cagava? Poteva essere un buon inizio per me, cioè se non altro un inizio. Ma come approcciarla? Scartai l’ipotesi della poesia, non c’era il contesto. Forse potevo batterle sulla spalla e dirli ehi, bella, ci sono qua io, vuoi conoscermi? No, non sarebbe stato elegante. Rovistai nei ricordi. Un certo Antonio mio amico, mi insegnò che con le donne bisogna comportarsi con flemma, cioè calma e sicurezza, e sguardo fermo, e voce bassa, e parole ponderate. Ma io tutta questa roba come la impilavo? E poi non me la sarei ricordata. Ma almeno una di queste cose dovevo metterla in pratica. Decisi per la voce bassa, sì, era la più facile. Allora durante l’intervallo mi alzai e mi avvicinai alla tizia. Era seduta di spalle e io ero nello stretto corridoio che stava tra una fila di sedie e l’altra. Fortunatamente c’era poca gente e mi sentii più sicuro. Mi accostai ulteriormente e un muro invisibile, davanti a me, mi respinse. Cosa succedeva? Non riuscivo a muovermi, braccia, gambe e bocca erano paralizzati. Potevo solo retrocedere, ma avanti non si andava. Ora capivo, non avevo pianificato nessun discorso. Male, male. L’improvvisazione mi avrebbe penalizzato, sissignori. Allora cercai di preparare un discorso d’approccio.

Ciao, scusa, come ti chiami?-(no, non andava bene) Posso conoscerti? E’ da tanto che ti guardo e sei una ragazza carina.-(No, no, poteva anche offendersi, carina non lo era proprio.) Posso sedere qui accanto a te che discutiamo dei contenuti artistici del film?-(Neanche questo poteva andare) Quali sono i tuoi cantanti preferiti?-(No, no, no, fuori contesto)

Era inutile, non mi veniva in mente nulla. Però, chissà. Potevo anche buttarmi senza nessuna preparazione, d’altronde lo facevo anche quando mi tuffavo dal trampolino, basta non pensarci. Sì, mi sarei tuffato alle sue spalle e quel che veniva veniva. Ok, d’accordo, le avrei chiesto il nome e lei me l’avrebbe detto, poi mi avrebbe fatto accomodare al suo fianco e il resto sarebbe venuto da sé. Mi avvicinai nuovamente, schiarii la voce per tenerla bassa e modulata e tornai ad avvicinarmi a lei.

Ci riuscii:
«Scusa…» La tizia si girò di scatto, mi guardò come si osserva un oggetto sfocato, fece per ribattere ma d’improvviso si spensero le luci. Cominciava il secondo tempo. La tizia si rigirò e la sua sagoma divenne scura confondendosi con la poltroncina…

-Continua-

 

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