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Pensieri davanti alla luna

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” PENSIERI DAVANTI ALLA LUNA ”  di Max Veneziano .

 

Racconto

Entrai nella cabina della barca sentendo immediatamente l’agio ed apprezzando il conforto di quel rifugio accogliente.
Vedevo il cielo attraverso l’oblò; la lussuosa cabina interna centrale era a mia completa disposizione. Angelo e Federica, gli amici che mi avevano ospitato per il fine settimana, erano andati a passeggio per le vie di Portorose. Giulio – il loro figlio maggiore – mi aveva invitato ad andare a fare il bagno con la sua compagnia, e mentre lui ed i ragazzi avevano deciso di trattenersi ancora un pò in spiaggia, io avevo preferito tornare al marina per fare una doccia che mi aveva ritemprato da una giornata di mare e di vento.

Sfilai l’accappatoio ancora umido appendendolo ad un gancio, e mi sdraiai sulla cuccetta doppia davanti al tavolo da carteggio. Misi le mani incrociate dietro la nuca, per non bagnare il soffice cuscino colorato, e restai in quella posizione a fissare l’azzurro del cielo oltre l’ingresso, il sole caldo che inondava tutto l’ambiente.
Sentivo una corrente d’aria tiepida che si infiltrava dal boccaporto di prua e correva fino a poppa, lambendo il mio corpo e facendone evaporare l’umidità. Provavo una sensazione di piacere fisico, avevo voglia di stiracchiarmi, di tendere i miei muscoli per godere del rilassamento quando li rilasciavo; mi sentivo aderire al materassino come se ne facessi parte.
Un flusso d’aria penetrava da una bocchetta a vento posta sulla tuga, colpendo il mio bacino ed accarezzando il seno. Il mio corpo era entrato in sintonia con la barca, lo scafo immerso mi circondava come un liquido amniotico, sentivo attraverso le pareti il tremore leggero ed il ronzio monotono e conciliante di un motore in lontananza. Socchiusi gli occhi per sentirmi imbevuta di quella vibrazione.

Percepii un rumore lontano di acqua che scorre. Poca acqua, ad intermittenza. Cadeva in un lavabo e defluiva nello scarico, solo qualche secondo. Era un rumore piacevole, scivoloso.
Aprii con lentezza gli occhi per non restare abbagliata, e mi accorsi che la luminosità accecante era scomparsa. Una luce uniforme tendente al grigio mi circondava. Dovevo essermi assopita. Quanto potevo aver dormito? Realizzai che ero nuda e sdraiata nella cabina centrale della barca, qualcuno avrebbe potuto arrivare da un momento all’altro. Udii ancora lo scorrere dell’acqua. Un rumore mi spinse il cuore in gola. A non più di due metri da me vedevo le spalle abbronzate di Angelo. Era nel bagnetto di poppa, si stava radendo. Lo sentivo fischiettare in sordina. Era sereno, non mostrava alcun segno di imbarazzo. Possibile che non mi avesse vista? Impossibile, ero ad un passo da lui.
Mi sentivo paralizzata dal non sapere come uscire da quella situazione. Alzarmi? Nuda ed infilarmi con indifferenza l’accappatoio bagnato? Stare sdraiata e nascondere la testa sotto il cuscino? Provai intensamente quel desiderio, sperare che non mi avesse vista, sentirmi come se non fossi lì.

Probabilmente mi mossi un poco. Il rumore dell’acqua cessò. Tenni gli occhi chiusi e stretti. “Ecco, adesso capisce che sono sveglia e devo giustificare questa situazione. Cosa gli dico?”
Sentii il fresco di un lenzuolo leggero che si posava sul mio corpo, il brivido lieve sulla pelle dato dall’aria che resta intrappolata sotto, poi pian piano aderire su di me.
“Hai riposato bene? ” La sua voce calda e sicura mi fece uscire da quello stato di angoscia. “Mi fa piacere che ti senti a tuo agio in questa barca. Il mio rifugio è anche il tuo, se lo desideri. Qui ci si sente al sicuro, protetti. E’ come essere nel grembo materno, le cose negative restano fuori e tu galleggi nel piacere del corpo intorpidito ed abbandonato nel materassino”.
Lo sentivo raccontare le stesse emozioni che avevo appena percepito su di me. Avrei voluto buttargli le braccia al collo, tenerlo stretto e fargli sentire che il mio corpo aveva assaporato le sue stesse sensazioni. Ero passata dalla vergogna dell’essermi fatta trovare nuda nella sua barca, al piacere che ciò fosse avvenuto. Mi convinsi che il suo godimento maschile nel trovarmi così, fosse altrettanto intenso del mio nel pensare che mi aveva guardata.
Mi alzai con un senso di leggerezza, posando i piedi sul caldo pagliolo in legno. Gli diedi un rumoroso bacio sulla guancia, volutamente infantile. Forse la sua mano si avvicinò un poco al mio corpo, o forse fui io a sfiorarlo. Quando le sue dita lambirono il mio seno, compresi che dovevo entrare alla svelta nella mia cabina, perchè quel lenzuolo leggero non era sufficiente a celare il mio brivido di piacere.

La cena era stata deliziosa, ma un contrattempo aveva fatto concludere la serata molto più rapidamente del previsto. Federica aveva ricevuto una telefonata che l’aveva richiamata a casa dalla sorella che – sola in casa – aveva avuto un malore, ed il figlio Giulio si era offerto di accompagnarla con un’auto presa a nolo.
Il silenzio che era seguito a quella chiamata aveva mostrato con chiarezza il disappunto della mia amica. Dopo aver sussurrato qualcosa al marito, si volse verso di me con una espressione che non riusciva a nascondere tutto il suo imbarazzo.
“Sono mortificata Silvia, ma capisci che non posso lasciarla da sola”.
Angelo la guardava perplesso, come incapace di accettare quella decisione.
“Capisco benissimo che non posso chiederti di restare qui da sola con mio marito –  Silvia – ma non mi sento di lasciare da sola mia sorella.”
“Tornerai a Trieste con un taxi e Giulio resta con noi” – disse Angelo in modo risoluto.
Federica si accostò al viso del marito e gli parlò brevemente a voce bassa e con dolcezza.
“Mi va benissimo tornare in taxi, tesoro, ma Giulio oggi ha avuto qualche problema con la sua ragazza, forse sarebbe meglio chiedergli se preferisce andare a trascorrere la serata con i suoi amici e distrarsi un pò”.
“No mamma, mi fermo con papà questa notte. Li raggiungo alla spiaggia per dire che questa sera non resto con loro e poi torno in barca”. Giulio aveva usato un tono fermo e un pò al di sopra delle righe, cosa che non era sfuggita ai suoi genitori, e la breve discussione si concluse.

Attendemmo che l’auto fosse scomparsa dalla nostra visuale e ci avviammo con passo lento verso la barca. Angelo era visibilmente contrariato. Non era scortese con me, anzi. Però era taciturno. Camminavo  al suo fianco, ma lui restava un passo più avanti.
Salimmo in barca. Mi diede una lieve carezza sulla guancia con il dorso della mano, mi sussurrò “buona notte, Silvietta” e si ritirò nella sua cabina a poppa. In quel gesto percepii che ero tornata ad essere soltanto un’amica di sua figlia.
Restai seduta fuori, sul sedile di legno, con la schiena rivolta a prua appoggiata alla tuga, le gambe ripiegate sul petto ed i piedi sulla panca. Da un piccolo spiraglio vedevo le luci dei lampioni riflettersi in un bagliore tremulo sull’acqua. Sentivo i suoi movimenti nella cabina sotto di me mentre preparava la cuccetta per la notte. Pensavo alla sistemazione che mi aveva assegnata nella cabina di prua, un’attenzione normalmente riservata agli ospiti di riguardo. Il grande letto a V tutto per me, il bagno personale, lo stipetto appena fuori dalla porta, con i ripiani pieni di coperte ed asciugamani di spugna.
Stavo accucciata in quella posizione da un pò di tempo. Mi piaceva restare lì, godevo di quel particolare senso di protezione data dalle dimensioni della barca e dal sentirmi a mio agio.
Angelo aveva spento la luce dopo aver letto un quotidiano, di cui sentivo lo stropiccio quando girava le pagine.
La sottile cornice di luce non filtrava più dall’oblò rettangolare nella parete del pozzetto, appena sotto di me. Mi chiesi se tenesse la testa rivolta a prua oppure a poppa. Cercai di intuire quale parte del suo corpo si trovasse esattamente sotto di me.

Udii lo scricchiolio della passerella mentre Giulio saliva a bordo.
Si voltò mentre scendeva le scale all’indietro. Quando dal tambuccio sporgeva ancora il suo torace, si fermò, appoggiando la mani chiuse a pugno sul primo gradino. Lo guardai. Teneva il volto basso. Il suo viso risaltava nell’oscurità, a pochi centimetri dal mio, illuminato da un lampioncino sulla banchina poco distante dalla poppa.
Non parlava, fissava il pagliolo sul fondo del pozzetto.
“Come va, Giulio” – dissi sottovoce posando una mano sulla sua.
Alzò gli occhi chiari, luccicanti di lacrime. Lui non poteva vedere i miei.
“Eravamo solo amici” – mi disse con il groppo in gola.
Posai le labbra sulle sue. Restammo entrambi immobili per un pò.
Sentivo il suo respiro rompersi in qualche breve sussulto. Sfilò la mano da sotto la mia e scese l’ultimo scalino.
Mi accorsi che stavo piangendo, le lacrime mi correvano lungo le guance.
Non mi resi conto se l’istinto di alzarmi e scendere dietro di lui fosse voluto. Era ancora in piedi davanti alla porta della sua cabina, vicino alla base della scaletta. Indossava un accappatoio grigio con la passamaneria blu. Gli presi una mano con dolcezza e lo feci voltare verso di me. L’accappatoio era leggermente aperto, e vidi che non indossava alcun indumento.
Il suo volto era rigato, sentivo le sue lacrime sulle mie labbra mentre lo baciavo. Stava in piedi, immobile, le braccia tese lungo i fianchi. Lo  tenni per mano e mi voltai verso la mia cabina. Attesi che entrasse anche lui, poi in silenzio richiusi con delicatezza la porta.

Mi svegliai al rumore di uno scricchiolio. Scostai leggermente la tendina sul boccaporto e lo socchiusi appena. Era buio.
Giulio non era più lì nel mio letto.
Un brivido di freddo mi colse quando l’aria umida della notte sfiorò il mio corpo nudo e accaldato. Richiusi subito.
Forse era stato Giulio che aveva richiuso la porta infilandosi nella sua cuccetta.
Aprii uno spiraglio ruotando la maniglia in un tempo infinito. L’orologio a parete sul tavolo da carteggio segnava le tre e mezza. Aspettai che i miei occhi si adattassero alla luce dei lampioni che filtrava dagli oblò.
Vidi la porta di Giulio chiusa, ma quella di Angelo era aperta. Restai in ascolto, con quella paura senza motivo che ti prende di notte pensando che qualcuno si accorga che sei sveglio.
Niente.
Mi sporsi un pò, ma non vidi nulla. Mi alzai, indossando solo una felpa scollata e senza maniche, ed andai fino al tavolo nel quadrato, accostandomi alla cabina di Angelo con il timore di essere scoperta.
Nessun movimento.
Entrai appena per vedere nell’oscurità e posai la mano sulla cuccetta. La passai dai piedi fino al cuscino. Angelo non c’era.
Uscii alla svelta, come se avessi violato quel luogo, misi una mano
sulla scaletta e mi girai verso l’uscita. Gli occhi di Angelo mi stavano fissando.

Era seduto a poppa, dietro la ruota del timone. Alle sue spalle il buio era di pece. Tutt’intorno, solo qualche tenue riflesso di lampioni sulle cromature e sugli alberi delle barche.
Rimasi paralizzata, sgomenta dal non sapere cosa stesse pensando, cosa avesse sentito. Oppure visto.
Mi chiedevo da quanto fosse lì. Volevo capire se nel suo sguardo vi fosse disprezzo.
Mi feci coraggio, sentendo che ormai non avevo più nulla da perdere. Salii le scale e con decisione andai verso di lui. Misi una mano sulla ruota del timone, ero a trenta centimetri da lui.
Non fece alcun movimento. Mi sentivo come una bambina che attende rassegnata il castigo. Capivo che il buio che mi impediva di guardargli il viso era il negativo della nitida visione che lui aveva di me dovuta ai bagliori delle deboli luci a terra.
Sentivo la notte fredda nelle ossa, le braccia e le gambe gelate, la pelle d’oca ed il tremore che mi salivano dai piedi fino alla nuca. Avevo voglia di dormire, volevo che interrompesse quel silenzio che mi faceva paura, speravo che mi dicesse che ero stata cattiva, e che poi mi prendesse fra le braccia per consolarmi.
Scavalcai la ruota. Lui posava i piedi a terra, le gambe unite con i pantaloni lunghi, le braccia un pò  larghe con le mani aperte posate sulla panca vicino a dove era seduto, le maniche della camicia rimboccate sugli avambracci.
Andai con i fianchi ed il bacino fin contro al suo viso e mi lasciai scivolare in basso, lungo il suo torace. Mi sedetti sulle sue cosce, rannicchiata con le braccia strette ed i pugni chiusi contro il suo petto. Ero avida della sua protezione.
“Abbracciami” – gli sussurrai con le labbra su un orecchio.
Lui mi cinse le spalle contro di sè, con dolcezza.
Scoppiai in un pianto dirotto. Mi sentivo appagata dal calore del suo corpo e dalla tenerezza del suo abbraccio.

Le luci dell’alba mi riportarono ad una penetrante sensazione di freddo.
Le mie gambe e le cosce erano completamente scoperte ed intorpidite da ore in cui erano rimaste in quella posizione. Provai con fatica a muovermi. Sollevai il capo dal suo petto e vidi i suoi occhi che mi fissavano con infinita dolcezza, che mi leggevano dentro. Mi resi conto che quella notte lui non aveva dormito.
Mi alzai e scesi in cabina in silenzio. Prima di tornare sotto le coperte, mi girai un attimo per vedere ancora una volta quello sguardo. Avrei voluto dirgli di quanto amore erano capaci i suoi occhi. Ma non ce ne fu bisogno, Angelo l’aveva già già capito.

***

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