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Ada e il vino

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Quando Ada varcò la soglia stretta e bassa fu avvolta dalla frescura della stanza ed ebbe bisogno di qualche secondo per permettere agli occhi, ancora abbagliati dalla luce esterna , di abituarsi alla penombra.

Indugiò per tutto il tempo necessario: non aveva fretta.

Si era recata lì per fermare il tutmulto del proprio cuore e per lasciare che i pensieri trovassero un posro per potersi quietare, finalmente.

Così, quando fu pronta avanzò di qualche passo ed inspirò profondaente: l’aroma di vino pervase i suoi sensi, le entrò delicatamente nei polmoni, mischiato alla frescura dell’aria e le accarezzò l’animo, riportandola indietro, alla sua fanciullezza.

Si rivide bambina, durante i mesi afosi delle vacanze estive e nelle fredde e umide serate invernali, per mano a suo papà, mentre scendeva le scale di quella cantina antica, dai muri spessi di pietra grigia. Seppure temesse non poco il buio ed il silienzio profondo che la circondava si sentiva al sicuro, protetta dalla stretta forte e tenera della mano del babbo.

Adorava accompagnarlo in quelle “discese” a prendere una bottiglia per qualche occasione speciale e lo seguiva sempre , curiosa e orgogliosa di far parte di quei momenti particolari.

Il vino ti sente” le diceva il papà a voce bassa e complice. “Vedi queste bottiglie?”proseguiva allargando le braccia a mostrare l’intera fila di vini ordinatamente riposti nelle propire scaffallature di fronte a loro.“Ti paiono inerti, ma non lo sono. Non lasciarti ingannare dalla loro immobilità: sono ben sveglie e vigili; hanno tutta una vita al loro interno ed una propria storia .Tu le devi amare e rispettare. Il vino è un buon amico , figliola. Ha bisogno di un proprio spazio per stare solo e meditare, di pace per crescere e maturare e poi a, quando è pronto si offre a te con allegria e generosità, perchè sa anche stare in compagnia.

Il suo papà si avvicinava a qualche bottiglia e l’accarezzava, poi le raccontava la sua storia, le origini in terre lontane o vicine, il colore dell’uva maturata al sole e raccolta da abili mani esperte e gentili, la forza e la decisione dei sapori o la piacevolezza delle bollicine che solleticavano il palato.

Ada amava quei momenti, le pareva di essere in un mondo di fiabe : i colori incredibili del liquido all’interno delle bottiglie dalle forme diverse. Erano decine, ma il papà sapeva mostrae la loro diffrenza : la forma panciuta o affusolata, il collo di vetro allungato e snello, il colore ubino l giallo dorato.. Per non parlare delle etichette: scritte antiche vergate con caratteri a lei sconosciuti ma affascinanti ed eleganti: stampe moderne e stilizzate o semplici nomi in sfondi candidi.

Quando il suo papà le narrava le diverse origini a lei pareva di essere trasportata sui colli della Toscana, dove nascevano il Chianti o la Vernaccia o il Brunello di Montalcino : le sembravano nomi di nobili principi e cavalieri coraggiosi. Oppure si trovava a camminare fra le assolate e caldissime campagne del Sud, dove si avevano vigneti arsi dal sole, che crescevano in una terra solo in apparenza sterile e che davano originead uve forti e decise, raccolte da mani rugose di contadini con il viso segnato dalle ore trascorse all’aperto per ottenere vini corposi come il Nero d’Avola o il Negramaro o Greco di Tufo.

Un brivido più forte degli altri la riscosse allimprovviso e Ada tornò al presente. Si avicinò agli scaffali, allungò un braccio e si mise a sfiorare dolcemente le bottiglie, ancora ben allinetae e coperte da uno strato di polvere grigia e leggera. Ogni tanto si imbatteva in uno spazio vuoto, una piccola assenza, un salto di vuoto improvviso in tutto quell’ordine. Sorrise ed indugiò con tenerezza su ciascuno di quei vuoti, perchè di ognuno ricordava la nascita, legata ad un mmento speciale, che suo papà aveva voluto celebrare prelevando una bottiglia altrettanto particolare.

C’era stato l’anno della maturità, quando il papà si era terribilmente inorgoglito di fronte a quel diploma che lui avrebbe tanto voluto prendere ma a cui aveva dovuto rinunciare, perchè ai suoi tempi la vita era dura e lui si era subito dovuto trovare un lavoro dopo le scuole medie per aiutare la famiglia. Dopo l’affissione dei risultati all’albo del liceo, le aveva fatto un grande sorriso ed era scecso in cantina. Ne era risalito con una polverosa bottiglia di Barolo, che tutta la famiglia aveva allegramente bevto, accompagnato dal mitico stufato con patate della mamm.

Più avanti Ada era stata alle prese con un serio problema di cuore, quando Marco, suo fidanzato da ben tre anni, aveva candidamente confessato di essere innamorato di un’altra e di volerla sposare al più presto. Al di là del dolore e della delusione del momento Ada si era ritrovata svuotata e arida, imprigionata da un profondo scetticismo verso gli uomini e che le impediva di aprirsi a nuove possibilità di essere amata.

Una sera, tornata dall’università aveva trovato il suo papà seduto in giardino, con una bottiglia di Passito di Pantelleria e due bicchieri sul tavolino, accanto ad una bella fetta di formaggio. Al termine della cena, dopo molte ore e molte lacrime, ma poche parole Ada era forse un po’ brilla , ma certamente il suo cuore aveva iniziato a guarire e quella sensazione di sconfitta e sfiducia avevano iniziato a sparire.

Tant’è che dopo la laurea, celebrata con una raffinata cena ed una bella bottiglia di Pinot Nero, si era sposata con Luca. La sera prima del matrimonio, quando tutti erano a dormire sfiniti dai preparativi, lei si era alzata ed era uscita nel portico, per godersi la splendia luna nella sera primaverile. Vide la luce accesa nella cantina, scese le scale e trovò il suo papà di fronte ad uno spazio vuoto di uno scaffale, con gli occhi un po’ lucidi. Quando la sentì entare ebbe un piccolo sobbalzo, si passò veloce la mano sugli occhi e si schiarì la voce . “Lì c’era la bottiglia di Moscato di Scanzo che io e la mamma ci siamo bevuti quando ti ha portato a casa dall’ospedale.” sorrise, pensando certamente ad una serata alquanto divertente. “Così domani ti sposi, eh?” disse poi . Ada si avvicinò, anche a lei stava salendo un groppo di malinconia in gola. Prese la mano del papà, come quando era bambina, aspirò il forte aroma della stanza e disse.

Già domani mi sposo. Cosa mi offri papà per passare queste ore , senza che domani la sposa e il padre entrino barcollando in chiesa?”.

E fu così che la malinconia fu allontanata e al posto della bottiglia di Marsala rimase un altro spazio vuoto ed il tiramisù preparato dalla sorella scomparve misteriosamente dal frigorifero .

Gli anni erano trascorsi ed i vuoti si erano moltiplicati : il Barbaresco stappato nella fredda notte di Gennaio quando era nata la sua primogenita e portato in tutta segretezza all’ospedale ; poi il Barolo Chinato , consumato insieme alla torta di cioccolato preparato da suo marito, quando era tornata a casa con i gemelli ed il leggero San Colombano, quando aveva inaugurato la sua adorata piccola libreria in centro.

Forse Ada non ricoordava esattamente tutte le circostanze che avevano indotto suo papà a “sacrificare” una delle proprie adorate bottiglie, né ricordava tutti i nomi impressi sulle etichette, ma di certoricordava l’espressione orgogliosa e felice sul viso del padre quando assaporava il liquido lasciato a decantare nel bicchiere e avrebbe voluto poter colmare con la stessa serenità quel vuoto che ora le si era aperto nel cuore.

Era arrivato il momento e Ada doveva andare. Stavano tutti aspettando lei, anche se certamente la sua famiglia sapeva bene dove si trovasse e l’aveva lasciata sola di proposito. Ciascuno a modo proprio aveva affrontato quegli ultimi mesi terribili e ciascuno aveva trovato un modo per confortarsi e per prepararsi a quel momento. Per lei era stato venire ogni tanto in quella cantina e , apoco a poco, la rabbia se n’era andata, per lasciare il posto all’accettazione, così come la disperazione si era stemperata in una struggente malinconia.

Nelle utlime settimane della malattia aveva parlato con suo papà di quei momenti trascorsi fra le sue bottiglie e lui le aveva raccontato storie che ancora non conosceva, su altre bottiglie. Si animava il suo papà durante quei momenti, le guance pallide e scavate ritrovavno un po’ di colore, al ricordo di viaggi in luoghi lontani, di bottiglie rare scovate per caso , di memorabili bevute con gli amici. Il respiro pareva farsi meno faticoso. Erano momenti preziosi quelli, per entrambi: sapevano che erano le loro utlime occasioni per condividre qualcosa e non le sprecavano.

Poi non c’era più stato il tempo per ricordare, né per parlare: il suo papà aveva chiuso gli occhi e non li aveva più riaperti, un mattino di Novembre, quando l’uva era matura sui tralci, da qualche parte del mondo. Ada credeva di essere preparata, ma aveva scoperto che non era vero : tutto il dolore era arrivato prepotente e le aveva invaso il cuore. Era rimasta sconvolta, con un senso di perdita così grande da impedirle di fare qualsiasi cosa che non fosse rimanere nella camera del papà a riordinare la scrivania, ad aprire e chiudere amadi e cassetti, come se potesse riabbracciarlo all’improvviso in una camicia appena stirata o risentire la sua voce nelle pagine di un libro ancora sul comodino. Aveva passato ore in questo modo, cercando un filo a cui aggrapparsi per non cadere troppo bruscamente, ma non era servito a nulla. Tutto le pareva muto e inutile, lontano mille miglia, mentre il dolore si faceva più forte.

Poi, un giorno, vagando per la casa aveva trovato la chiave della cantina appoggiata proprio sul comodino. Si stupì nel vederla lì, perchè era certa che non ci fosse stata nei giorni precedenti, quando aveva pulito e riplito la superficie lucida. L’aveva presa ed era scesa dalle scale. Mano a mano che proseguiva verso i basso sentiva l’aria farsi più fresca, la luce affievolirsi ,e l’odore del vino che l’avvolgeva lentamente.Tutto questo era accaduto due giorni prima e ,da allora , Ada aveva percorso molte volte quelle scale, trascorrendo ore e ore nella cantina, e si era sentita sempre meglio.

Ora, però, era arrivato il momento del funerale e lei doveva andare.

Girò un ultimo sguardo attorno, inspirò profondamente, sentendosi finalmente in pace. Era pronta.

Grazie papà” mormorò e si voltò per raggiungere gli altri.

Chiudendo la porta, però, prese la bottiglia di Moscato, anch’essa apprsa misteriosamente quella mattina e sulla quale aveva trovato un biglietto, scritto dal suo papà, chissà quando e chissà come.

Ricordati figliola, il vino ti parla: sappilo ascoltare

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