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A caminàr par Venexia ocio alla Giustina col morter

Giustina Rossi
Giustina Rossi

Non è proprio una pietra che porta sfortuna a calpestarla, come invece si è detto nelle righe per quella del sottoportego di Corte Nova, e a dirla tutta più che un’anonima lastra di pietra è un bassorilievo; incastonato non ai piedi ma al di sopra di un altro famoso sottoportego detto del Cappello.

23732538_10214899209424278_2043950035_oChe a passarci sotto, camminando per uscire in pochi passi nell’impagabile scenario di piazza San Marco, vien da pensare a come la sorte sia beffarda e come valga per gli uni e non per gli altri e di come non faccia mai male alzare gli occhi al cielo di quando in quando per evitare sgradite sorprese quando si cammina sotto vecchi sottoporteghi e fra palazzi antichi. Così come accadde nel 1310, a metà di giugno, quando la Serenissima Repubblica stava per finire per mano di rivoltosi,i suoi giorni in netto anticipo sui tempi, preconizzati da qualche veggente di un’altra storia di cui vi parleremo. Possibili dittatori in questo scampolo di cronaca veneziana, stanchi o frustrati per il non potere, ferocemente avversi al doge Pietro Gradenigo e al Gran Consiglio, con tanto di ferri sguainati, che raggruppati in due piccoli eserciti firmati di facinorosi manipoli in armi avevano in testa di prendersi gli scranni del Palazzo. Branchi di insorti capeggiati da Marco Querini e da Baiamonte Tiepolo che decisero di avanzare verso il palazzo dogale l’uno avanzando per Calle dei Fuseri , l’altro, per le mercerie. Qui , fra storia ma forse, a sentire la più alettante leggenda, entra in gioco la donna raffigurata sulla pietra in altorilievo: Giustina Rossi. Vecchietta venexiana da ben che come ogni giorno stava preparando il desinare, cominciando per prima cosa a ridurre in polvere i grani di sale dentro all’inseparabile “morter” di casa. Un granitico mortaio che, a seconda di come si voglia leggere il destino che Venezia ebbe da li in poi, cadde sugli insorti che passavano proprio sotto al suo balcone mentre lei si era affacciata, attirata dal gran trambusto provocato. Non esistono testimonianze ufficiali e nessuno può dire se il suo fu un gesto voluto o solo una perdita della presa del pesante attrezzo da cucina ma resta il fatto, e questa è storia, che la caduta del greve gettò lo scompiglio sui rivoltosi che videro stramazzare il loro alfiere porta gonfalone colpito proprio sul cranio. Furono attimi terrificanti che lasciarono sgomenti i ribelli che furono assaliti da momenti di fatale indecisione. Qualche minuto ma tanto bastò perché le truppe fedeli al governo della Serenissima, che nel frattempo stavano accorrendo dal palazzo per bloccare gli ingressi alla piazza più bella e democratica del mondo, prendessero il sopravvento. Mettendo fine a quell’assalto e anche all’altro tentativo rimasto orfano di una delle ganasce di quella tenaglia studiata per condurre l’attacco su due fronti.

23698574_10214899205064169_1490429397_oDa li, la rivolta venne repressa nel sangue e i pochi sopravvissuti vennero inseguiti fino al palazzo del Querini e tratti in arresto, salvando l’ordine costituito che per tanti secoli e altri ancora avrebbe regnato sovrano sulla Serenissima Repubblica. Grata, per volere del doge Gradenigo alla Giustina Rossi che fu ricompensata esaudendo alcuni suoi semplici e modesti desideri: il blocco dell’affitto di casa e la richiesta che ogni 15 giugno di ogni anno venisse esposto dalla sua finestra lo stendardo del portabandiera ucciso. Uno stendardo che secondo alcune fonti dovrebbe essere ancora conservato nella collezione del Museo Correr. E’ certo invece che esiste ancora un bassorilievo che ritrae una vecchietta intenta a lavorare con un mortaio… In Campo Sant’Agostin di contro, ancora ben posizionata per terra, dovrebbe esserci un’altra pietra, con l’incisione “LOC. COL. BAI. THE. MCCCX” che ricorda dove, proprio in quel luogo, fosse stata piantata una colonna per indicare l’ubicazione della casa del Baiamonte, rasa al suolo.

di Mario Stramazzo

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